“Privacy, Minori e Giornalismo”

15.11.2017 – Università degli Studi di Milano. 

Il seminario formativo ha lo scopo di fornire  un contributo concreto alla professione del giornalista (intesa nel senso più ampio del termine: stampa, radio, tv, social) nell’ambito di una nuova cultura della protezione dei dati personali e della tutela dei diritti della persona, anche alla luce del nuovo Regolamento Europeo (UE) 2016/679. La nuova normativa riserva una particolare attenzione alle operazioni di trattamento relative a dati personali di minori, invocando cautele e protezioni specifiche. Soprattutto gli adolescenti, grandi utilizzatori di web e social network, spesso nemmeno consapevoli dei rischi connessi alla condivisione delle proprie informazioni personali, nella stragrande maggioranza dei casi, ignorano i loro diritti e non si preoccupano che le informazioni che li riguardano siano state acquisite e poi custodite secondo principi di sicurezza e correttezza.

Nel corso dell’incontro verranno affrontate ed esaminate anche le criticità sollevate dal nuovo Regolamento privacy che, nel fissare il limite minimo di prestazione di un valido consenso al trattamento dei dati on line al di sotto della maggiore età, non si preoccupa di offrire strumenti di controllo per garantire un’effettiva tutela.

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Illecito pubblicare abusivamente video di terzi per alimentare il proprio business pubblicitario – Key4biz.it

di Alessandro La Rosa

Con sentenza n. 6944/2017 del 2.11.2017, la Corte di Appello di Roma –Sezione PI- ha integralmente rigettato l’appello proposto da Gruppo Editoriale L’Espresso s.p.a. contro la sentenza del Tribunale delle Imprese di Roma (sentenza n. 18413/2016 del 5 ottobre 2016, già commentata qui) con cui erano state integralmente accolte le domande inibitorie (Euro 1.000,00 per ogni futura violazione) e risarcitorie (per circa Euro 250.000,00) di Reti Televisive Italiane s.p.a. (“RTI”, società del Gruppo Mediaset).

In particolare, la Corte di Appello di Roma ha stabilito che un’attività consistente nell’uso non autorizzato di prodotti televisivi di terzi, finalizzata ad alimentare il proprio business pubblicitario e del tutto scollegata da attività strettamente giornalistica, integra gli estremi della concorrenza sleale parassitaria che erode la fetta di inserzionisti potenzialmente interessati alla vendita di spazi pubblicitari collegati ai video del rightholder (“In tema di concorrenza sleale, presupposto indefettibile è dunque la comunanza della clientela, la cui sussistenza va verificata anche in una prospetti va potenziale, considerando se l’attività, nella sua dinamicità naturale, consenta di configurare l ‘esito del mercato fisiologico e prevedibile, sia sul piano temporale che geografico (Cass. 14/22332). Nel caso in esame, è indubbio che tale comunanza di clientela vada parametrata non già sul numero di “spettatori” dei rispettivi canali (televisivi o telematici), quanto piuttosto sulla fetta di inserzionisti potenzialmente interessati alla vendita di spazi pubblicitari collegati ai video pubblicati”).

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Dal MISE un voucher da 10mila euro per digitalizzare la PMI

Con il decreto del 24 ottobre scorso, il Ministero dello Sviluppo Economico ha definito le modalità e i termini di presentazione delle domande per l’accesso ad un contributo ministeriale di 10.000 euro (erogato sotto forma di voucher) per interventi di digitalizzazione e ammodernamento dei processi aziendali delle micro, piccole e medie imprese. Il voucher, che potrà coprire fino ad un massimo del 50% delle spese ammissibili, sarà utilizzabile per l’acquisto di software/hardware e/o servizi specialistici che consentano di migliorare l’efficienza aziendale; modernizzare l’organizzazione del lavoro; sviluppare soluzioni di e-commerce; fruire della connettività a banda larga o del collegamento alla rete internet mediante la tecnologia satellitare; realizzare interventi di formazione qualificata del personale nel campo ICT. Da sottolineare che gli acquisti dovranno essere effettuati a seguito della prenotazione del voucher, ovvero all’esito della procedura informatica che sarà predisposta dal Ministero.

Le domande dovranno essere presentate al Mise esclusivamente tramite procedura informatica sul sito www.sviluppoeconomico.gov.it a partire dal 30 gennaio 2018 (la domanda potrà essere compilata tuttavia già dal 15 gennaio) e fino alle ore 17.00 del 9 febbraio 2018.

Dal momento che le risorse messe a disposizione ammontano ad un totale di 100 milioni di euro, nel caso in cui le domande ammissibili comportino l’emissione di voucher per un importo superiore, il Ministero opererà un riparto tra i soggetti ammessi in proporzione alle spese effettivamente ammesse. Tutte le imprese coinvolte concorreranno al riparto, senza alcuna priorità legata alla data di presentazione della domanda.

Organo di controllo per 175.000 s.r.l.

Il disegno di legge delega “per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza”, approvato ai primi di ottobre dal Senato, estenderà a – potenzialmente – 175mila s.r.l. l’obbligo di dotarsi di un organo di controllo o di un revisore. L’art. 14 prevede infatti, assieme ad alcune modifiche al codice civile, una sensibile riduzione dei requisiti dimensionali al superamento dei quali scatta per la società l’obbligo di nomina di un sindaco/collegio sindacale o di un revisore. Le nuove soglie passeranno dagli attuali 4,4 milioni per l’attivo dello stato patrimoniale e 8,8 milioni per i ricavi a 2 milioni per entrambi i casi. Questo, inoltre, non è l’unico requisito; l’obbligo scatterà anche allorché nella società vi siano più di 10 dipendenti occupati in media durante l’esercizio (attualmente devono essere almeno 50). I due criteri sono da intendersi in via alternativa dal momento che diversamente da quanto oggi stabilito dall’art. 2435-bis c.c. l’obbligo dell’organo di controllo scatterà al superamento anche di una sola di queste soglie per due esercizi consecutivi. Il mancato rispetto da parte della s.r.l. di tale obbligo, comporta la nomina d’ufficio dell’organo di controllo (o del revisore) da parte del Tribunale competente su segnalazione del Registro delle Imprese o su richiesta di qualsiasi soggetto interessato.

L’obbligo di avere un organo di controllo cessa nel caso in cui la s.r.l. rimanesse al di sotto dei predetti parametri per tre esercizi sociali consecutivi.

Sono valide le condizioni generali conoscibili con un link

La Corte di Cassazione a sezione unite, con l’ordinanza n. 21622/2017, ha chiarito un punto piuttosto importante con riferimento ad una best practice affermatasi soprattutto nell’ambito del commercio elettronico ovvero se possano considerarsi valide le previsioni contrattuali contenute nelle condizioni generali laddove queste siano raggiungibili dal destinatario solamente tramite un link ad una pagina web (nel caso di specie si è trattato della proroga di giurisdizione che individua il tribunale competente a decidere delle controversie contrattuali).

Al riguardo, infatti, l’art. 10, co. 3 della direttiva sul commercio elettronico (n. 2000/31/CE recepita in Italia con il D.lgs. 70/2003) stabilisce che “[l]e clausole e le condizioni generali del contratto proposte al destinatario devono essere messe a sua disposizione in un modo che gli permetta di memorizzarle e riprodurle”, senza tuttavia individuare quale sia nello specifico tale modo. Negli anni immediatamente successivi al recepimento della direttiva, la prassi si è affidata a supporti quali – floppy disk prima e cd poi – nei quali erano riportate le condizioni generali di contratto. La memorizzazione delle condizioni generali nasce dalla necessità di garantirne sempre ed in maniera inequivocabile la conoscibilità, principio, peraltro, già presente nel nostro codice civile che, all’articolo 1341, subordina l’efficacia delle condizioni generali alla loro conoscibilità da parte della controparte contrattuale.

Ora, la questione riguarda essenzialmente la possibilità o meno di memorizzare e riprodurre le condizioni generali contenute in una pagina web dal momento che il rischio è che tali condizioni vengano modificate o che alcune previsioni vengano modificate/inserite dopo la conclusione del contratto. Al riguardo, la Suprema Corte ha richiamato un precedente piuttosto esplicito della Corte di giustizia dell’UE (C322/14, Cars on the web), la quale ha affermato come “la procedura di accettazione mediante ‘clic’ delle condizioni generali di un contratto di vendita […] concluso elettronicamente, […] costituisc[a] una comunicazione elettronica che permette di registrare durevolmente” il testo delle condizioni generali “allorché consente di stampare e di salvare il testo di dette condizioni prima della conclusione del contratto”.

Chiarito il punto – e stante quindi la possibilità di rinviare alle condizioni contrattuali tramite link – è tuttavia da segnalare come sia sempre e comunque necessario che il destinatario delle condizioni generali ne legga e ne accetti il contenuto (l’accettazione essendo comunque insita nel richiamo operato alle stesse). Oltre a ciò quindi, a beneficio della certezza delle regole che definiscono e regolano il rapporto tra le parti, è utile predisporre sempre l’invio delle condizioni generali come allegato alla mail con la quale si dà atto della conclusione del contratto.

Novità: per la clausola drag along basta la maggioranza

Avv. Milena Prisco

Cresce il potere dei soci titolari del pacchetto di controllo delle società di capitali di introdurre negli statuti sociali a maggioranza, e non più all’unanimità, clausole di drag along (o di “trascinamento”) che siano strutturate non come un’opzione call, ma come il diritto proprio del socio di maggioranza, titolare del drag, di sciogliere anticipatamente la società e di costringere il socio di minoranza alla vendita della propria partecipazione ad un terzo potenziale acquirente. Tanto viene stabilito dalla massima n. H.1.19., elaborata di recente dal Consiglio del Notariato del Triveneto.

Il Consiglio del Notariato del Triveneto ha recentemente stabilito la possibilità che le clausole di drag along possano essere introdotte in uno statuto sociale non più a condizione che siano deliberate con l’unanimità dei voti, ma semplicemente con il voto favorevole della maggioranza del capitale sociale. La massima H 1.19 del Consiglio legittima un principio, la cui applicazione impatta materialmente sui rapporti di forza fra i soci e sulla circolazione delle partecipazioni sociali, sancito nel 2014 da un’ordinanza dell’Ottava Sezione del Tribunale di Milano. Per poter comprendere appieno la portata di questo principio, vale la pena partire dalla natura e dalla finalità delle clausole di drag along. Questo tipo di clausole sono state mutuate nel nostro ordinamento dai paesi di common law, in cui la prassi regola i meccanismi di circolazione delle partecipazioni mediante previsioni di co-vendita (di tag along) e di trascinamento (nella doppia versione della drag along e bring along). La clausola di trascinamento, definita anche obbligo di co-vendita, consente ad uno dei soci (di solito, di maggioranza), che intenda alienare le proprie partecipazioni, di obbligare nel corso della negoziazione anche gli altri soci – di solito, quelli di minoranza – ad alienare le loro partecipazioni e questo per beneficiare di un potere negoziale di una certa rilevanza qualora vi fossero terzi interessati all’acquisto dell’intero capitale sociale e non soltanto del pacchetto di maggioranza. La clausola di drag along può, normalmente, essere strutturata o nel senso che il socio di minoranza subisce il trasferimento della propria partecipazione unitamente, e con un unico atto di trasferimento, a quella di maggioranza, con ciò cedendo la partecipazione rappresentativa dell’intero capitale sociale; o nel senso che il socio di minoranza è obbligato a prestare il proprio consenso al trasferimento anche della sua partecipazione al terzo acquirente del pacchetto di maggioranza. Per effetto di questa clausola, nel caso della vendita di una partecipazione di maggioranza, sorge in capo al socio di maggioranza il diritto di vendere non solo le sue partecipazioni, ma anche quelle del socio di minoranza (diritto di trascinare la minoranza nell’operazione) mentre in capo al socio di minoranza sorge la soggezione o l’obbligo di vendere la propria partecipazione attesa la volontà della vendita congiunta manifestata dal socio di maggioranza; ne consegue che il terzo acquista l’intero capitale sociale con un unico negozio o più negozi a seconda dei casi. Di solito, questo tipo di clausole si struttura come un’opzione call a favore del terzo acquirente, che intende acquistare non il solo pacchetto di maggioranza, ma l’intero capitale sociale. L’ obbligo di trascinamento che grava in capo al socio di minoranza configura certamente una limitazione del diritto di proprietà e dell’autonomia negoziale dello stesso, dal momento che quest’ultimo sarebbe obbligato a vendere la propria partecipazione alle condizioni pattuite dal socio di maggioranza; è pur vero che in questi casi la vendita della partecipazione di minoranza avviene, il più delle volte, ad una valorizzazione rapportata all’intero capitale sociale che è maggiore di quella intrinsecamente propria della partecipazione di minoranza in sé considerata. La limitazione del diritto di proprietà è stata per anni il fulcro di un primo orientamento del Notariato da oltre dieci anni fa (fatto proprio anche da una giurisprudenza successiva), che interpretava le drag along a favore della maggioranza come clausole limitative del diritto di proprietà della minoranza con relativa espropriazione forzosa della loro partecipazione. In pratica, secondo tale orientamento, di fatto, si sarebbe indebitamente legittimata una sorta di “abuso di maggioranza” che, imponendo a determinati soci di minoranza di cedere le proprie partecipazioni, seppure a un giusto prezzo (e comunque non inferiore al valore di recesso), nel caso in cui i soci di maggioranza decidessero di vendere le loro, potevano essere adottate soltanto all’unanimità. L’uso sempre maggiore delle clausole di drag along nelle previsioni parasociali e negli statuti delle società coinvolte da operazioni di private equity e di venture capital hanno portato nel tempo ad una rilettura giurisprudenziale di queste previsioni di circolazione delle quote che tenesse in conto la finalità volta principalmente alla valorizzazione della società nel suo complesso. È così che il Tribunale di Milano, con la decisione del 22 dicembre 2014, ha considerato la clausola di trascinamento non come diretta al danneggiamento della minoranza, ma, al contrario, come una possibilità di valorizzare gli asset della società a beneficio dell’intera compagine al fine di realizzare le migliori condizioni di disinvestimento di tutte le partecipazioni. È proprio muovendo da questo approccio che la massima del Consiglio ha osservato che così come la maggiora dei soci (e non la unanimità) può deliberare la messa in liquidazione della società, così sempre la maggioranza del capitale sociale può decidere per il disinvestimento dell’intera compagine, chiarendo che: “le clausole di drag along non attribuiscono ai soci di maggioranza un diritto nuovo e individuale non previsto dall’ordinamento, ma si limitano a prevedere una particolare modalità di liquidazione di tutti i soci (la vendita diretta della società anziché del suo contenuto) all’esito dell’esercizio di un diritto tipico già codificato: quello di deliberare a maggioranza in qualsiasi momento lo scioglimento anticipato della società, cioè il disinvestimento collettivo”. In ogni caso una drag along potrà essere introdotta negli statuti con il voto favorevole della sola maggioranza dei soci, e senza quindi che sia richiesto il consenso dei soci di maggioranza a condizione che: (i) sia prevista la cessione contestuale di tutte le azioni; (ii) sia garantita a ciascuno dei soci una liquidazione della propria quota nel valore non inferiore a quello che si determinerebbe all’esito della liquidazione formale della società (quindi almeno pari a quella determinata ai sensi dell’art. 2437-ter c.c.); (iii) sia assicurata una parità di trattamento tra soci.

Alla luce della recente massima del Triveneto, i soci di minoranza dovranno ancor di più stabilire con cautela e sin da subito i rapporti di forza con la maggioranza nell’ottica della circolazione delle quote negoziando, se del caso, un quorum assembleare deliberativo delle drag along che richieda anche il loro voto, oppure nelle s.r.l. un diritto particolare di voto proprio sulle delibere aventi ad oggetto l’introduzione delle drag along in statuto.

Costituisce una giusta causa di recesso l’appropriazione fraudolenta di beni di modico valore esposti nel punto vendita

La Corte di Cassazione con sentenza del 12 ottobre 2017 n. 24014, ha respinto il ricorso di legittimità promosso dal lavoratore affermando che la tenuità del valore commerciale del bene non assume rilevanza in sé ai fini della sussistenza di una giusta causa.

La Corte di Cassazione ha, quindi, confermato la validità del giudizio formulato dalla Corte di Appello di Napoli in ordine proporzionalità della condotta ai fini della lesione del rapporto fiduciario sul rilievo delle peculiarità del comportamento posto in essere dal lavoratore che, tenuto a svolgere la propria attività a diretto contatto con la merce, aveva asportato beni esposti sui banconi nascondendoli in forma fraudolenta nelle tasche nella convinzione di non essere scoperto.

La Cassazione ha, quindi, ritenuto dirimente, ai fini della valutazione della giusta causa, il comportamento doloso e premeditato del lavoratore sintomatico di una inaffidabilità allo svolgimento delle mansioni affidategli.

La copiatura di files aziendali non protetti costituisce comportamento idoneo a ledere il rapporto fiduciario

La condotta attuata dal dipendente viola il dovere di fedeltà sancito dall’art. 2105 cod. civ.. Tale dovere si sostanzia nell’obbligo del lavoratore di astenersi da attività contrarie agli interessi del datore di lavoro, tali dovendosi considerare anche quelle che, sebbene non attualmente produttive di danno, siano dotate di potenziale lesività.

Nel caso in esame un lavoratore veniva sottoposto ad un procedimento disciplinare che culminava con l’intimazione di un licenziamento per giusta causa all’esito del rinvenimento nei locali aziendali di una chiavetta elettronica del dipendente contenente numerosi files di pertinenza della società che erano stati copiati senza autorizzazione.

Il Tribunale di Perugia, adito dal lavoratore, dichiarava l’illegittimità del licenziamento disponendo la reintegra nel posto di lavoro.

La sentenza veniva integralmente riformata dalla locale corte di appello che, viceversa, riconduceva la condotta del lavoratore alla fattispecie di trafugamento di materiale aziendale sanzionata con la misura del licenziamento dal CCNL.

La Corte di Cassazione con sentenza del 24 ottobre 2017 n. 25147, nel respingere il ricorso del lavoratore, ha rilevato che correttamente la sentenza della corte di appello aveva ritenuto che la condotta contestata evidenziava che lo scopo perseguito dal dipendente era quello di sottrarre dati ed informazioni per la cui realizzazione non è richiesta né la rimozione del dato dal sistema né la divulgazione a terzi.

Ai fini di attenuare la gravità della condotta la Cassazione ha altresì escluso che la mancanza di una password a protezione dei dati determinasse un affievolimento della gravità della condotta.

Legittimo il rifiuto di un lavoratore allo spostamento da un ufficio se pregiudica l’assistenza ad un familiare disabile

Avv. Francesca Frezza

Il potere del datore di trasferire altrove il proprio dipendente per esigenze organizzative ex art. 2103 c.c. incontra un limite esterno rappresentato dal rispetto di norme costituzionali quali l’art. 41 e 97 che, conformemente alla tutela delle situazioni di assistenza di un congiunto affetto da grave handicap, quale requisito di inamovibilità ai sensi dell’art. 33 della Legge del 5 febbraio 1992 n. 104, prevale su altre esigenze di ordinaria natura organizzativa

La Cassazione con sentenza del 12 ottobre  2017 n. 24015, ha precisato che “l’efficacia della tutela della persona con disabilità si realizza anche mediante la regolamentazione del contratto di lavoro in cui è parte il familiare della persona tutelata, in quanto il riconoscimento di diritti in capo al lavoratore è in funzione del diritto del congiunto con disabilità alle immutate condizioni di assistenza”.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava un lavoratore, impiegato presso il servizio mensa istituito del carcere di Poggioreale di Napoli, che assisteva il padre gravemente disabile  e che veniva spostato per esigenze di servizio presso la mensa del carcere di Portici.

A fronte del rifiuto di dare seguito alla disposizione impartitegli, il dipendente, all’esito di un procedimento disciplinare, veniva licenziato.

Il Tribunale di Napoli e la locale Corte di Appello respingevano la domanda di accertamento della illegittimità del licenziamento sul presupposto che la nuova sede di lavoro era ubicata a pochi chilometri di distanza da quella precedente, che le mansioni affidate erano equivalenti e che l’orario di lavoro non era incompatibile con l’assistenza al genitore disabile.

La Corte di Cassazione, nell’accogliere il ricorso di legittimità del lavoratore, ha ricordato il valore centrale della tutela della disabilità assicurato sia dall’ordinamento interno che dalle norme internazionali che incidono sulla interpretazione del diritto del lavoratore a non essere trasferito dalla sede di lavoro.

Nel bilanciamento di interessi che caratterizza il potere di trasferimento l’art. 33 della legge 104/92 –  precisa la Cassazione – regola in forma più incisiva i poteri del datore di lavoro assicurando una inamovibilità del familiare lavoratore in una prospettiva di valorizzazione di tutela delle esigenze di assistenza  e cura del disabile.

La Corte di Cassazione ha, quindi, precisato che la tutela del diritto alla inamovibilità di un lavoratore che assiste un familiare disabile è configurabile anche nell’ipotesi in cui lo spostamento venga attuato nell’ambito della medesima unità produttiva quando questa comprenda uffici dislocati in luoghi diversi.

L’esercizio del potere di autotutela del lavoratore consistente nel rifiuto di adempiere alla disposizione che imponeva il trasferimento doveva essere, quindi valutato dalla Corte di Appello considerando gli effetti del mutamento di sede sulle condizioni di vita del contesto familiare del lavoratore verificando altresì se le esigenze oggettive alla base del provvedimento fossero insuscettibili di essere soddisfatte con altre misure organizzative in una contrapposizione di interessi tutti a copertura costituzionale.

La sentenza sopra richiamata precisa, infatti, che “le misure previste dall’art. 33, comma 5, devono, dunque, intendersi come razionalmente inserite in un ampio complesso normativo – riconducibile al principio sancito dall’art. 3 Cost., comma 2 – che deve trovare attuazione mediante meccanismi di solidarietà che, da un lato, non si identificano esclusivamente con l’assistenza familiare e, dall’altro, devono coesistere e bilanciarsi con altri valori costituzionali. Va, inoltre, osservato che questa Corte ( Cass. 9201/2012, 25379/2016, 22421/2015) ha affermato il principio secondo cui “la disposizione dell’art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, laddove vieta dì trasferire, senza consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati – alla luce dell’art. 3, secondo comma, Cost., e della Carta di Nizza che, al capo 3 – rubricato Uguaglianza – riconosce e rispetta i diritti dei disabili di beneficiare di misure intese a garantire l’autonomia, l’inserimento sociale e la partecipazione alla vita della comunità (art. 26) e al capo 4 – rubricato Solidarietà – tratta della protezione della salute, per la quale si afferma che nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche ed attività dell’Unione è garantito un alto livello di protezione della salute umana. Va anche osservato che la lettura dell’art. 33 c. 5 della L. n. 104 del 1992 nei termini sopra ricostruiti è conforme alla Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 dei disabili, ratificata con legge n. 18 del 2009 dall’Italia (C. Cost. n. 275 del 2016) e dall’Unione Europea con decisione n. 2010/48/CE (Cass. 12911/2017, 25379/2016, 2210/2016)”. 

Opposizione a precetto per debiti tributari. Intervengono le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata tributaria sussiste la giurisdizione delle commissioni tributarie nel caso di opposizione all’atto di precetto che si assume viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento di natura tributaria o degli altri atti presupposti.

A chiarirlo sono le Sezioni unite civili della Cassazione, con la sentenza n. 24965/2017, depositata il 23.10.2017.

La pronuncia riguarda la vicenda di un contribuente che aveva impugnato, per motivi attinenti la giurisdizione, la decisione di una corte di appello secondo cui doveva essere del giudice tributario e non di quello ordinario la competenza in merito ad un procedimento di opposizione al precetto avverso una ingiunzione fiscale relativa ad Ici.

Secondo il contribuente sussisteva la giurisdizione del giudice ordinario e non quella del giudice tributario, perché era stata rilevata la nullità dell’atto di precetto per inesistenza di un valido titolo esecutivo in capo al Comune. Più in particolare egli riteneva che l’ingiunzione fiscale, a differenza di quanto aveva fatto il Comune, non poteva essere azionata secondo modalità differenti dall’iscrizione a ruolo tramite concessionario.

Le Sezioni Unite hanno dato atto dell’esistenza, sul punto, di un differente orientamento di legittimità.

Un primo orientamento ritiene che l’opposizione agli atti esecutivi riguardante un atto di pignoramento, che il contribuente assume essere viziato per nullità derivata dall’omessa notificazione degli atti presupposti, è ammissibile e va proposta dinanzi al giudice ordinario perché la giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria sussiste quando sia impugnato un atto dell’esecuzione forzata tributaria successivo alla notificazione del titolo esecutivo, restando irrilevante il vizio dedotto e, quindi, anche quando detto vizio venga indicato nella mancata notificazione della cartella di pagamento: in tale ipotesi, il giudice ordinario dovrà verificare solo se ricorra il denunciato difetto di notifica all’esclusivo fine di pronunciarsi sulla nullità del consequenziale pignoramento basato su crediti tributari.

Altro diverso orientamento prevede che l’opposizione agli atti esecutivi che il contribuente assume essere viziati da nullità derivata dalla asserita nullità degli atti presupposti si risolve nell’impugnazione del primo atto in cui viene manifestato al contribuente l’intento di procedere alla riscossione di una ben individuata pretesa tributaria: l’opposizione, pertanto, è ammissibile e va proposta davanti al giudice tributario.

Tale ultimo orientamento appare preferibile per la Suprema Corte, secondo cui l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento asseritamente viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento (o di altro atto prodromico al pignoramento) è ammissibile e va proposta – ai sensi degli artt. 2, comma l, e 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, dell’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973 e dell’art. 617 c.p.c. – davanti al giudice tributario, risolvendosi nell’impugnazione del primo atto in cui si manifesta al contribuente la volontà di procedere alla riscossione di un ben individuato credito tributario.

Al fine di individuare la giurisdizione rileva, principalmente, il dedotto vizio dell’atto di precetto, cioè  la mancata notificazione dell’atto presupposto (di natura tributaria), e non la natura di primo atto dell’espropriazione forzata (art. 491 cod. proc. civ.).

L’art. 19, comma 3, D.Lgs. n. 546/92 prevede un’ipotesi d’impugnazione congiunta che consente di impugnare un atto autonomamente impugnabile “non conosciuto” unitamente al successivo atto notificato e, quindi, “conosciuto” al fine di farne valere eventuali profili di illegittimità; la mancata notificazione della cartella di pagamento rende, quindi, l’atto di precetto impugnabile, unitamente alla cartella di pagamento, dinanzi alla commissione tributaria.

Sotto il profilo letterale, l’orientamento che vedrebbe devoluta al giudice ordinario l’impugnazione dell’atto di precetto incentrata sulla mancata notifica della cartella di pagamento sarebbe in contrasto con l’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973, nella parte in cui stabilisce che non sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 617 cod. proc. civ. riguardanti la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo: con riferimento alle procedure esecutive aventi ad oggetto entrate tributarie sarebbe, quindi, un rimedio precluso dal divieto espresso dal predetto art. 57 D.P.R. n. 602/1973.

La soluzione compatibile con il rispetto del diritto di difesa sancito dall’articolo 24 Cost. è data dal riconoscimento della facoltà per il contribuente di impugnare davanti al giudice tributario la cartella di pagamento (atto presupposto), congiuntamente all’atto di precetto (atto successivo), ai sensi dell’art. 19,comma 3, D.Lgs. n. 546/92.

Anche se l’impugnazione degli atti dell’esecuzione successivi alla cartella di pagamento e, comunque, all’atto presupposto è attratta alla giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi dell’art.2,comma l, secondo periodo D.Lgs. n. 546/1992, esigenze di ordine sistematico impongono di ammettere la tutela giurisdizionale davanti al giudice tributario, allorché si contesti l’avvenuta notifica della sottostante cartella di pagamento nel caso in cui il contribuente, per la prima volta, viene a conoscenza dell’atto presupposto a seguito della notifica del titolo esecutivo formato nei propri confronti.