Si al sequestro della pagina Facebook per le offese online

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale Penale di Reggio Emilia (Sez. impugnazioni cautelari), respingendo l’appello proposto da Facebook avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di dissequestro parziale, ha posto fine ad una controversia cautelare, che traeva origine da un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal Gip di Reggio Emilia.

In particolare, quest’ultimo aveva disposto il sequestro preventivo, mediante oscuramento, dei gruppi Facebook “Musulmani d’Italia- comunità” e “Musulmani d’Italia-gruppo chiuso”, sui quali erano stati pubblicati post e commenti diffamatori e minacciosi nei confronti di una giornalista della testata Il Resto del Carlino.

La permanenza online delle frasi diffamatorie, secondo il Giudice, aggrava le conseguenze del reato commesso, perché protrae la lesione alla reputazione, potendo i post raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

A seguito della notifica del decreto di sequestro, la Facebook Ireland – inizialmente inadempiente  – aveva rimosso l’accesso ai singoli post individuati nel medesimo decreto e, successivamente, su sollecitazione dello stesso P.M., rimosso l’accesso alla pagina Facebook  e al gruppo Facebook.

La medesima Facebook Ireland, peraltro, formulava richiesta di revoca parziale del sequestro, chiedendo che venissero modificate le modalità esecutive.

Come già accennato, sia il GIP che, in sede di appello, il Tribunale di Reggio Emilia, rigettavano la richiesta.

Da un lato, i giudici hanno affermato che Facebook sarebbe priva di attuale e concreto interesse alla revoca parziale del sequestro, considerato che sia la pagina Facebook che il gruppo, gravati dal vincolo, nell’ipotesi di dissequestro sarebbero tornati nella disponibilità non dell’istante, ma delle persone che – tramite la piattaforma Facebook – avevano creato e gestito i suddetti spazi virtuali.

Dall’altro, il Tribunale di Reggio Emilia ha precisato che correttamente il sequestro era stato esteso non ai singoli post diffamatori, ma alle intere pagine, facendo notare come proprio l’iniziale inadempimento da parte di Facebook all’oscuramento integrale delle pagine avesse consentito all’indagato di pubblicare altri commenti ingiuriosi e minacciosi nei confronti della querelante.