Cina: il legislatore dichiara guerra alla concorrenza sleale

Tutele più efficienti nella protezione dei trade secrets aziendali, implementazione delle politiche di e-governance e norme più severe contro i fenomeni di corruzione commerciale. Queste, in sintesi, sono le aree su cui si concentra la bozza del nuovo intervento legislativo emanata il 23 Novembre 2016 dal Comitato Esecutivo del Consiglio di Stato, al fine di rafforzare le leggi contro la concorrenza sleale nel territorio nazionale. Il progetto di legge, che si inquadra nelle nuove policy del Governo Cinese dirette a favorire gli investimenti stranieri attraverso la creazione di un mercato imperniato su sicurezza ed efficienza, fornirà una solida base giuridica per la protezione degli interessi delle imprese e, conseguentemente, per la tutela dei diritti dei consumatori. Una maggiore lealtà concorrenziale permetterà al mercato di svolgere un ruolo determinante nella distribuzione delle risorse e nella crescita economica delle aziende operanti in Cina, il tutto sulla base di nuove regole di mercato che si discostano da quelle che attualmente appaiono ancora piuttosto squilibrate. La nuova legge dovrebbe sortire effetti positivi anche sul fenomeno di portata globale dell’e-commerce cinese impattando, pertanto, non solo sui canali informatici domestici ma, anche, su quelli di scala internazionale. Ne consegue un diretto coinvolgimento delle aziende italiane che operano in Cina attraverso i canali di distribuzione del web, diminuendo esponenzialmente l’esposizione a rischi di concorrenza sleale ed ai conseguenti danni, troppe volte difficilmente minimizzabili e raramente risarcibili.

Obbligatoria la nota integrativa per le start-up

Il Mise con il parere n. 361851 del 17 novembre scorso, stabilisce che le Start-up innovative, che intendono avvalersi del requisito delle spese di ricerca e sviluppo per accedere al regime speciale della Legge 221/2012, devono redigere il bilancio d’esercizio con allegata la nota integrativa.

Il parere del Ministero sembra contraddire la nuova disciplina semplificatoria introdotta dal D.Lgs. n. 139/2015, che, nel recepire la Direttiva 2013/34/UE in materia di bilancio d’esercizio e consolidato, ha introdotto un regime particolare per le micro-imprese, stabilendo, tra l’altro, anche la soppressione dell’obbligo della nota integrativa, della relazione sulla gestione e del rendiconto finanziario. Le novità previste dal Decreto n. 139, riguardano, inoltre, i principi di redazione, gli schemi di bilancio, l’eliminazione dei conti d’ordine dallo stato patrimoniale, i costi di ricerca e pubblicità che non vanno più indicati tra le immobilizzazioni e l’obbligo del rendiconto finanziario. Il Mise, rispondendo a un quesito sollevato da uno studio di consulenza evidenzia come, in base alla normativa sulle start up innovative in relazione alle spese in ricerca e sviluppo (che devono essere pari al 15% del maggiore tra valore della produzione e costi della produzione), queste ultime ove prese in considerazione come requisito obbligatorio per accedere alla disciplina speciale devono risultare “dall’ultimo bilancio approvato e devono essere descritte in nota integrativa”. Per tale motivo il bilancio di esercizio delle start up deve essere redatto ugualmente in maniera completa e deve comprendere anche la nota integrativa con il dettaglio della voce relativa alle spese in ricerca e sviluppo. In definitiva, più ordine nella contabilità ed una totale trasparenza dei conti delle start up.

Nella s.p.a. il socio si liquida in forma mista

Secondo il Consiglio Notarile del Triveneto (massima n. H.G. 37), nella s.p.a. il socio che intende recedere può essere liquidato mediante una modalità mista che combina la cessione delle proprie azioni agli altri soci o a terzi con l’utilizzo di riserve disponibili, solo in alternativa si ricorre alla riduzione del capitale sociale per rimborsare la partecipazione del recedente.

Il tema della liquidazione del socio recedente è regolato dall’articolo 2437 quater c.c., secondo il quale il procedimento di liquidazione della partecipazione del socio si articola in ipotesi graduate in successione, prevedendo l’opzione di acquisto degli altri soci e la vendita a terzi della partecipazione posseduta, nonché l’utilizzo di riserve disponibili ed in extrema ratio la riduzione del capitale sociale o lo scioglimento della società e questo per la necessaria tutela dei creditori sociali dovendosi ricorrere al rimborso diretto della partecipazione soltanto in mancanza di riserve disponibili.

Ma cosa accade quando gli utili e le riserve disponibili sono insufficienti per l’acquisto di tutte le azioni del socio recedente?

Vengono proposte due soluzioni. La prima prevede l’utilizzo di tutti gli utili e riserve disponibili per l’acquisto della corrispondente parte delle azioni del recedente con la riduzione del capitale solo nella misura delle azioni non acquistate con gli utili e le riserve disponibili, solo successivamente si passa al rimborso dei recedenti con l’importo della riduzione. La previsione dall’articolo 2442 c.c., infatti, consentendo l’imputazione a capitale di utili e riserve disponibili, non sembra vietare il loro utilizzo (unitamente al capitale sociale) anche per il rimborso dei soci recedenti. Invece, la seconda consiste nella riduzione del capitale in misura corrispondente al valore delle azioni da rimborsare, ed il successivo rimborso dei recedenti con detto importo.

Le categorie di quote delle PMI innovative: una rivoluzione copernicana

Avv. Milena Prisco

Il regime speciale delle PMI innovative rappresenta un’opportunità per la piccola e media impresa altamente tecnologica anche con riferimento ai diritti particolari che possono essere “designati su misura” dei soci negli statuti delle s.r.l. che prevedono espressamente la possibilità di ricorrere alle categorie di quote. Il Consiglio Notarile di Firenze con la recentissima rassegna dell’Osservatorio Societario del 25 novembre scorso, ha fissato in via interpretativa alcuni principi basilari per l’applicazione alle PMI innovative delle categorie di quote con diritti particolari dei soci, che possono derogare anche alle norme del codice civile.

Le PMI che operano nel campo dell’innovazione tecnologica costituite in forma di società a responsabilità limitata, a prescindere dalla data di costituzione, possono usufruire del regime speciale mutuato per volontà del legislatore dalla normativa delle start up innovative. Queste società possono prevedere nei propri statuti le categorie di quote fornite di diritti diversi, determinandone liberamente il contenuto e questo in deroga all’art. 2468 commi 2 e 3 c.c.. Lo stabilisce ai sensi dell’art. 26, comma 2, D.L. n. 179/2012 come richiamato dall’art. 4 del DL 24 gennaio 2015, n. 3 (convertito con modificazioni dalla L. 24 marzo 2015, n. 33). Il Consiglio Notarile di Firenze con il suo Osservatorio Societario ha chiarito e stabilito i principi basilari di queste categorie di quote che risultano essere una risorsa per le società con una composita compagine sociale che vede fra i propri attori i soci fondatori come i soci finanziatori.

Tanto per cominciare, nelle società a responsabilità limitata ordinaria non sono ammesse categorie speciali di quote, che infatti si possono prevedere solo in quelle s.r.l. che sono PMI innovative. Ed infatti, lo statuto delle s.r.l. innovative possono attribuire diritti speciali non solo al singolo socio (come già avviene per le s.r.l. ordinarie), ma anche a un’intera categoria di quote astrattamente individuate, come accade per le s.p.a.. Nell’ ambito delle PMI innovative le categorie di quote forniti di diritti particolari non sono soggette al regime di temporaneità (quattro anni) previsto per le start up innovative dall’art. 31, comma 4, D.L. n. 179/2012, questa disposizione non è stata, infatti, richiamata dall’art. 4 del D.L. n. 3/2015. Nel caso poi di cancellazione – anche d’ufficio – dalla sezione speciale del Registro delle Imprese, che consegue alla perdita dei requisiti di PMI Innovativa, le categorie di quote mantengono efficacia limitatamente alle quote di partecipazione già sottoscritte dai soci in costanza della sussistenza dei requisiti di PMI Innovativa.

Il Consiglio Notarile di Firenze, fornisce un catalogo di quelle che possono essere le categorie di quote, previste dallo statuto della PMI innovativa costituita in forma di s.r.l., partendo da quelle che sono “caratterizzate da intrasferibilità tout court o il cui trasferimento sia subordinato al gradimento di organi sociali, di soci o di terzi senza che siano previsti condizioni o limiti”. Ma vi è di più, con riferimento a tali categorie di quote, il Consiglio precisa che può essere escluso anche il diritto di recesso del socio finché la società mantenga la qualità di PMI Innovativa e, dunque, finché la stessa sia iscritta nella sezione speciale del Registro delle Imprese e comunque nel termine massimo quinquennale “da intendersi quale limite temporale non derogabile alla luce della lettura coordinata con la disciplina della s.p.a.”, quest’ultimo caso potrebbe rappresentare uno sdoganamento della clausola di lock up statutaria che deroghi al limite codicistico secondo cui nell’ambito di uno statuto (non di certo a livello parasociale) si può stabilire un divieto di recesso del socio per un periodo superiore a due anni.

Le massime dell’Osservatorio Societario si soffermano anche su categorie di quote che stabiliscano diritti particolari di natura amministrativa. Sono, infatti, considerate ammissibili le categorie di quote per le quali “è limitato o escluso il diritto di avere notizie dall’organo amministrativo sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare anche tramite professionisti di fiducia i libri sociali e i documenti relativi all’amministrazione (art. 2476, comma 2, c.c.), fermo il diritto spettante ai soci titolari di dette partecipazioni di ispezionare il libro delle decisioni dei soci”. Questa limitazione dei diritto di informativa è sicuramente peculiare e potrebbe aprire la strada a categorie di quote che vengano destinate ai soci di minoranza o particolari categorie di soci nei confronti dei quali si intende ridurre al minimo il flusso di informazioni a tutto vantaggio degli amministratori che rimangono così schermati nelle loro scelte gestionali.

In conclusione, le recenti massime del Consiglio Notarile di Firenze confermano l’atipicità delle categorie di quote che possono avere i contenuti più disparati, oltre a quelli tradizionalmente legati ai diritti patrimoniali, sempre e comunque nei limiti imposti dalla legge. Alle PMI innovative non resta che sbizzarrirsi nel disegnare categorie di quote su misura per tutti i propri stakeholders.

Federalberghi attiva a la clausola di salvaguardia prevista nel CCNL

Federalberghi, azienda del settore alberghiero aderente a Confcommercio, ha attivato a metà novembre la clausola di salvaguardia prevista nel CCNL a seguito della stipula del contratto collettivo con le aziende alberghiere aderenti a Confindustria. L’associazione di categoria ritiene, infatti, che le condizioni di miglior favore riconosciute per le aziende che si riconoscono nel contratto sottoscritto da Confidustria  debbano trovare immediata applicazione anche alle aziende rappresentate da Federalberghi. Per effetto della clausola di salvaguardia Federalberghi ha comunicato che per le proprie aziende associate trova applicazione la normativa di miglior favore in deroga alle previsioni del CCNL.

E’ stato rinnovato in forma unitaria, dopo due tornate di accordi separati, il CCNL per il settore metalmeccanico. L’intesa assume portata storica dopo otto anni di divisioni delle organizzazioni dei lavoratori. L’accordo i prevede un aumento medio di  circa 92 euro mese. La somma comprende anche misure di welfare aziendale e il recupero per l’inflazione a partire da giugno 2017.

Aziende multinazionali: il computo dei dipendenti è delimitato al territorio nazionale

Avv. Francesca Frezza

La Corte di Cassazione con sentenza n. 19557 del 30 settembre 2016 ha affermato che ai fini dei presupposti applicativi della disciplina in materia di licenziamento non possono essere computati nell’organico i dipendenti delle sedi estere dell’azienda, in quanto è lo stesso art. 18 che postula parametri necessariamente territoriali e nazionali.

Il caso riguarda una lavoratrice addetta presso una succursale italiana di una azienda multinazionale olandese, licenziata per soppressione del posto di lavoro.

La dipendente, deducendo la rilevanza occupazionale globale dell’organico aziendale, adiva il Tribunale di Milano al fine di rivendicare l’applicazione della tutela statutaria.

La domanda della ricorrente veniva respinta nella prima fase del giudizio con sentenza parzialmente riformata dalla Corte di Appello, che limitava l’accoglimento della domanda alla tutela per le aziende minidimensionali, ritenendo rilevante ai fini della tutela applicabile la soglia occupazionale nazionale.

La Corte di Cassazione, pur dando atto di un contrasto al proprio interno, sulla base di una disamina dell’evoluzione normativa della disciplina della sede secondaria di società estera, è pervenuta ad una diverso convincimento.

L’evoluzione normativa della sede estera, afferma la Corte, ha determinato il superamento della nozione di sede priva di una propria autonoma rilevanza giuridica a seguito della riforma del diritto societario.

Sulla base della attuale normativa la società costituita all’estero, avente sede secondaria in Italia, resta assoggettata alla lex foci incorporationis per le questioni attinenti all’organizzazione societaria.

Si legge nelle motivazioni: “In sostanza, la sede secondaria, pur non avendo personalità giuridica autonoma rispetto alla casa-madre costituita all’estero (cfr., in motivazione, Cass. n. 3319/71), ne riceve un diverso regime giuridico per plurimi aspetti (e ciò grazie all’art. 2508 c.c.). E se (per tanti e significativi aspetti) tale sede secondaria opera ed è assoggettata alla legge italiana come se si trattasse di società costituita nel nostro Paese, pure il suo requisito occupazionale va considerato con riferimento ai solo territorio nazionale”.

Per ragioni di simmetria normativa – prosegue la Corte –  anche i presupposti applicativi della legge nazionale ed, in particolare, il numero complessivo degli occupati ai fini della tutela reale del posto di lavoro, non possono che essere quelli verificatisi nel territorio nazionale.

Precisa la Suprema Corte, inoltre:“In altre parole, se la società costituita all’estero ha in Italia una o più sedi secondarie, è solo riguardo ad esse che bisogna calcolare il requisito occupazionale (del totale dei dipendenti) di cui all’art. 18 co, 8° legge n. 300/70”.

La rilevanza esclusivamente dell’organico nazionale deve ritenersi – conclude la Cassazione –  anche sulla base di una interpretazione letterale e teleologica della norma laddove chiaramente richiama nozioni di “comune” e “contrattazione collettiva di settore” che costituiscono parametri prettamente nazionali.

Sotto il profilo teleologico si potrebbero verificare – osserva da ultimo la Suprema Corte – conclusioni illogiche e contrarie allo spirito normativo in presenza di provvedimenti di reintegra  in filiali aventi una minima rilevanza occupazionale.

Opposizione di terzo

Nell’ipotesi di pignoramento mobiliare, eseguito presso la ‘casa’ del debitore, locata con contratto di locazione intestato ad un terzo, il locatario può proporre opposizione all’esecuzione, ma a tal fine è gravato dall’onere di provare di essere proprietario dei beni pignorati in virtù di atto avente data certa anteriore al pignoramento.

Lo ha stabilito il Tribunale di Palermo con la recente ordinanza del 18 ottobre 2016.

L’esistenza di un contratto di locazione intestato ad un terzo, avente ad oggetto l’immobile costituente la ‘casa’ del debitore, non impedisce, secondo i giudici palermitani, il pignoramento mobiliare a carico del locatore, non essendo detto titolo contrattuale idoneo a provare il diritto di proprietà del locatario sui beni mobili presenti nell’immobile e sottoposti a pignoramento.

Per ‘casa’ del debitore deve intendersi, ai sensi e per gli effetti degli articoli 513, 621 e 622 c.p.c., quella in cui il debitore abita di fatto e stabilmente, ancorché un soggetto terzo sia proprietario dell’immobile ovvero titolare di diritti reali o di godimento sull’immobile medesimo.

Pignoramento dello stipendio o ipoteca della casa da parte di Equitalia

Il contribuente che abbia subito il pignoramento dello stipendio oppure si ritrovi con la casa ipotecata senza aver mai ricevuto la notifica della cartella esattoriale da parte di Equitalia o del previo avviso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate può impugnare la cartella di pagamento della quale – a causa della invalidità della relativa notifica – abbia avuto conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario della riscossione.

Lo ha ribadito la Suprema Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 20611 del 12 ottobre 2016.

Sulla res controversa sono, infatti, intervenute, di recente, le Sezioni Unite della Suprema Corte, le quali hanno statuito il seguente principio: “il contribuente può impugnare la cartella di pagamento della quale – a causa dell’invalidità della relativa notifica – sia venuto a conoscenza solo attraverso un estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario della riscossione; a ciò non osta l’ultima parte del D.Lgs. n. 546 del 1992,art. 19, comma 3, in quanto una lettura costituzionalmente orientata impone di ritenere che l’impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato – impugnabilità prevista da tale norma – non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque venuto legittimamente a conoscenza e quindi non escluda la possibilità di far valere l’invalidità stessa anche prima, giacchè l’esercizio del diritto alla tutela giurisdizionale non può essere compresso, ritardato, reso più difficile o gravoso, ove non ricorra la stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo, rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione” (v. Cass. SS.UU. n. 19704/2015).

Rottamazione delle cartelle esattoriali: ecco le novità

Avv. Daniele Franzini

Lo scorso 16 novembre la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 22 ottobre 2016, n. 193, recante “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili”. Il disegno di legge è ora all’esame del Senato.

Meritevole di particolare menzione è l’articolo 6, rubricato “Definizione agevolata”, al cui testo, peraltro, la Camera dei Deputati ha apportato, in sede di esame ed approvazione, rilevanti emendamenti.

Con la norma in esame il Governo ha approntato una speciale procedura di ‘rottamazione’ per la regolarizzazione dei “carichi” affidati agli agenti al fine della relativa riscossione.

Al contribuente debitore di somma iscritta a ruolo è consentita la regolarizzazione (rectius, estinzione) del debito, mediante versamento, anche dilazionato, di una somma di denaro al netto delle sanzioni, degli interessi di mora di cui all’articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 e delle sanzioni e somme aggiuntive di cui all’articolo 27 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46.

Una delle modifiche più significative apportate dalla Camera dei Deputati attiene all’ambito di applicabilità della norma: secondo il testo in origine adottato dal Governo la regolarizzazione poteva riguardare i carichi inclusi nei ruoli affidati “negli anni dal 2000 al 2015”; la Camera dei Deputati ha ampliato l’ambito di applicabilità comprendendo anche i ruoli affidati nell’anno 2016.

Al fine della definizione agevolata, il contribuente deve manifestare la propria “volontà di avvalersene” rendendo “apposita dichiarazione, con le modalità e in conformità alla modulistica che lo stesso agente della riscossione pubblica sul proprio sito internet”.

Circa il termine ultimo per la presentazione di detta “dichiarazione”, termine fissato dal Governo nel “novantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore” del medesimo decreto-legge n. 193/2016, la Camera dei Deputati ha apportato una modifica prorogando detto termine fino al 31.3.2017.

Nel contesto della “dichiarazione” il contribuente deve indicare il numero di rate (compreso entro quello massimo previsto dalla norma) con cui intende effettuare il pagamento, nonché la (eventuale) pendenza di giudizi aventi ad oggetto i medesimi carichi cui si riferisce la dichiarazione, con il contestuale impegno a rinunciare agli stessi giudizi.

Per il caso di opzione, da parte del contribuente, per il pagamento dilazionato, il numero massimo di rate, originariamente fissato dal Governo in quattro, è stato esteso dalla Camera dei Deputati a cinque, di cui le prime 3 (pari al 70% del carico) da corrispondere entro il 2017 e le residue 2 rate (pari al restante 30%) nel 2018, con prima scadenza luglio 2017.

La possibilità di aderire alla ‘rottamazione’ è riconosciuta anche nell’ipotesi in cui il contribuente abbia, con riferimento al medesimo carico, già pendente una precedente dilazione, a condizione che, “rispetto ai piani rateali in essere, risultino adempiuti tutti i versamenti con scadenza dal 1° ottobre al 31 dicembre 2016”.

Quest’ultima previsione è stata voluta al fine di contrastare i comportamenti di quei contribuenti che, avuta notizia dell’imminente emanazione della nuova disciplina ed in attesa della medesima, avrebbero potuto interrompere il versamento delle rate del trimestre in corso.

La condizione consistente nell’avvenuto pagamento delle rate relative all’ultimo trimestre dell’anno deve risultare soddisfatta alla data di presentazione, da parte del contribuente, della dichiarazione di volersi avvalere della procedura di ‘rottamazione’.

Sono escluse dalla facoltà di ‘rottamazione’ le sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada, fatta eccezione per gli interessi sulle stesse.

Sono, invece, definibili in via agevolata anche le ingiunzioni fiscali emesse dagli enti territoriali e notificate entro il 31.12.2016.

Informativa riguardo alla rischiosità dell’investimento

Non può ritenersi sufficiente a giustificare l’omissione di ogni informazione e valutazione di adeguatezza da parte dell’intermediario l’avere l’investitore dichiarato, in sede di stipula del c.d. contratto quadro, di possedere un’esperienza “alta” su tutti i prodotti finanziari indicati nel modulo perché, pur prescindendo da ogni apprezzamento in concreto di tale dichiarazione, l’asserita conoscenza non comporta di per sé l’inserimento del dichiarante tra gli investitori qualificati di cui all’art. 31, comma 2, Reg. n. 11522/98 con esonero dell’intermediario dagli obblighi anzidetti.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con la sentenza n. 18702 del 23.9.2016.

La Corte ha poi precisato che non può giustificare l’esonero da tali obblighi nemmeno il fatto che nel medesimo contesto l’investitore abbia dichiarato una propensione al rischio “alta” con prevalenza della rivalutabilità rapportata al rischio dell’oscillazione dei costi, perché ciò vale a fornire alla banca intermediaria un elemento di valutazione dell’adeguatezza delle operazioni compiute, non già ad escludere tout court l’obbligo di valutazione, del quale deve comunque dimostrare positivamente l’adempimento, tenuto conto di tutti gli elementi a sua conoscenza, non valendo neppure a giustificare l’esonero da tale adempimento il solo rifiuto dell’investitore a fornire informazioni sulla sua situazione patrimoniale.